Preaload Image

Le vittime della nostra ricchezza

Il 2021 è stato eletto come l’anno contro lo sfruttamento del lavoro minorile.

Sembra paradossale eppure, nonostante ci stiamo spingendo sempre più avanti alla ricerca di questo tanto citato “progresso”, nel mondo ci sono ancora bambini ai quali non viene concesso il diritto di poter vivere la loro infanzia come è giusto che ognuno di loro faccia. I nostri missionari da anni cercano di metter fine al fenomeno dei “bambini spaccapietre” del Benin ma, soprattutto negli stati meno sviluppati economicamente, lo sfruttamento minorile conta numeri elevatissimi. Il Congo per esempio, avendo a disposizione la maggior parte del coltan mondiale utile per la produzione di tutte le batterie dei nostri apparecchi tecnologici, negli ultimi anni sta subendo violenze inaccettabili e delle quali in pochissimi parlano. In Madagascar invece sono i ragazzini dai 5 ai 15 anni che vanno nelle miniere ad estrarre la mica, un minerale richiesto soprattutto nel settore della cosmetica per le sue numerose proprietà, ma che dicono venga pagato soltanto 4 centesimi al chilo. Senza approfondire ulteriormente, questi tre esempi credo possano bastare per comprendere quanto, nonostante si stia parlando di paesi per noi lontani, in realtà questi milioni di bambini, perché milioni sono i casi, siano le vittime della nostra ricchezza. Se da un lato la geografia fa sembrare che il fenomeno non ci riguardi poi così da vicino, in realtà in coscienza dovremmo capire che stiamo viaggiando sullo stesso treno. Ci sono passeggeri seduti sul primo vagone, altri invece che viaggiano sul terzo e, nonostante il treno sia lo stesso, sappiamo tutti che il trattamento è decisamente diverso.
Le dinamiche di questi processi coinvolgono ovviamente interi nuclei familiari i quali lavorano 12, 14, perfino 16 ore al giorno per pochi dollari. Nessuno, neanche le istituzioni locali, mette un limite a queste ingiustizie, e la cosa più disarmante è che coloro i quali sono coinvolti in questi lavori lo fanno nella completa ignoranza. I padri spesso muoiono o rimangono gravemente feriti, le donne non così di rado subiscono violenze ed i bambini, quelli che sopravvivono, non hanno alcun diritto di assaporare il gusto della loro infanzia. Anche Papa Francesco nel 2015, ricordando la Giornata che si celebra ogni anno il 12 giugno, ribadì che “tanti bambini nel mondo non hanno la libertà di giocare, di andare a scuola, e finiscono per essere sfruttati come manodopera. Auspico l’impegno sollecito e costante della Comunità internazionale per la promozione del riconoscimento fattivo dei diritti dell’infanzia”.

 

La proclamazione del 2021 come Anno Internazionale per l’Eliminazione del Lavoro Minorile era stata adottata all’unanimità in una risoluzione anche dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2019. Si chiede infatti agli Stati membri di adoperarsi immediatamente con misure efficaci per sradicare i bambini dal lavoro forzato e porre fine entro il 2025 a quella che possiamo definire una forma di moderna schiavitù. L’OIL (L’Organizzazione Internazionale del Lavoro) stima che negli ultimi 20 anni siano stati tolti dal lavoro minorile quasi 100 milioni di bambini. Tuttavia, i progressi fatti nei vari paesi del mondo sono disomogenei. L’Africa infatti rappresenta il continente più colpito. Oltre il 50% di questi bambini lavora in situazioni pericolose per la loro salute e la loro vita. La pandemia del COVID-19 ha inoltre aumentato ulteriormente la povertà; la chiusura delle frontiere ha fatto lievitare i costi in maniera incontrollata e le famiglie più fragili non riescono più ad affrontare le spese per comprare cibo e beni di prima necessità. In Etiopia, per esempio, nel mese di giugno i fagioli che ad inizio 2021 costavano 2.200 birr (44 euro) al quintale, sono arrivati a costare 4.600 birr al quintale, ovvero 92 euro, in un Paese dove lo stipendio mensile medio è di 40/50 €. Anche la chiusura delle scuole ha aggravato fortemente la situazione e milioni di bambini sono stati costretti a lavorare per contribuire al reddito familiare.

Le recenti stime dell’OIL parlano ancora di 152 milioni di bambini , 68 dei quali sono bambine, vittime di lavoro minorile e costretti in attività molto pericolose e che mettono a rischio il loro sviluppo morale.
Dispiace doverne parlare con toni angoscianti, denunciando tali fenomeni come se tutto fosse sbagliato, nello stesso tempo non possiamo però chiudere gli occhi davanti a queste ingiustissime storie. La vita è un dono sacro, per tanti di noi lo è infatti, ma per alcuni dei nostri fratelli è un’istantanea che oggi c’è e domani non è dato saperlo.
Dovremmo capire che portare il nostro sistema capitalistico in terre che hanno ancora dei forti e sani valori radicati nella loro cultura non è la cosa migliore da fare. Sarebbe opportuno trovare la giusta misura in ogni cosa che facciamo. Papa Francesco, in un discorso letto alla Pontificia Accademia per la Vita, afferma che la tecnologia è “un dono di Dio” che “può portare frutti di bene” ma che deve essere utilizzata correttamente se non vogliamo che comporti “gravi rischi per le società democratiche”. Tutto può migliorare il mondo a patto che si guardi al bene comune e non a quello di pochi. Su questo forse le nostre coscienze dovrebbero inquietarsi di più per comprendere quale sia appunto la giusta misura.

Come esseri umani, fratelli su questa terra e figli dello stesso Padre, dovremmo cercare di proteggere i nostri bambini, ovunque essi siano senza né discriminazioni né tanto meno preferenze. Nei primi sei anni di vita, dicono gli psicanalisti, rimane impresso in loro il modo di conoscere il mondo, privarli quindi delle loro libertà, dei loro sogni e dei loro diritti è una cosa per la quale non ci sarà rimedio in futuro. Un bambino che non va a scuola perché è costretto a lavorare dodici ore al giorno avrà una sensibilità diversa nel percepire gli eventi della vita e questo avrà un impatto consequenziale nei suoi comportamenti. La nostra identità si forma proprio attraverso le relazioni con l’Altro, con il nostro prossimo. La santità “della porta accanto” di cui parla Papa Francesco risiede nei genitori che crescono i figli con amore, negli amici, nei gesti di carità quotidiani che vediamo negli ambienti che frequentiamo ma anche aprendo il nostro cuore al bene del mondo, il quale ne ha davvero molto bisogno, e detestandone il male.
Seppur le società occidentali tendono verso una direzione diversa, la nostra dimensione umana, prima ancora che cristiana, dovrebbe aprirsi all’unico comandamento che è quello dell’Amore (“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” Gv 15,12). Solo così, domandandosi “perché” fare una cosa prima di “come” farla, potremmo prevedere l’effetto delle nostre azioni. In questo modo colui che è diverso, lontano e povero non rappresenterà più una minaccia ma una ricchezza, questa volta non economica, comprenderemo quanto il mondo sia un luogo meraviglioso e come, la nostra realizzazione – vocazione, sia custodita nelle persone che incontriamo lungo il nostro cammino. “Ciò che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza d'anima e di corpo” disse San Francesco d’Assisi. Vorrei riprendere però anche le parole di Stefano Stranges, non un santo ma un ragazzo come tutti quanti noi, che ha trascorso mesi tra Ghana e Congo per documentare cosa accade nelle miniere di coltan e che, invitandoci ad un utilizzo e ad un consumo più consapevole disse:

“dovremmo pensare che nel momento in cui è uscito un nuovo cellulare, dopo sei mesi che noi abbiamo comprato il nostro vecchio, non siamo più fighi se lo compriamo… siamo solamente un pochettino più complici!” - The victims of our Wealth – Dr Congo 2016