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LA MIA AFRICA AD OCCHI CHIUSI

Il sentimento di essere fratelli e figli dello stesso padre, questo è quello che cerco nell’Africa. In un’Africa che però non ho ancora vissuto direttamente e per cui sento un’emozione scombussolante: la voglia di prendere e partire. E vorrei fosse così semplice, ma non lo è ed è giusto che non lo sia, quindi non ne ho ancora avuto la possibilità. Proprio per questo, la domanda di Giuseppe, “Ma tu come vedi l’Africa? Come la vedi prima di partire?”, mi ha messo non poco in difficoltà. Mi sono trovata senza parole e soprattutto senza una risposta, io che solitamente straparlo e sproloquio ogni volta che ne ho l’opportunità. A quel punto ho dovuto per forza capire perché non riuscissi a strutturare un pensiero preciso e ho fatto due conti con me stessa. Ebbene, esplorando la giungla di idee e concetti che collego all’Africa, mi sono resa conto del fatto che effettivamente esiste un prima e un dopo, nelle esperienze. Banale sì, ma mica poi così tanto quando sei completamente proiettato sul dopo, tanto da non renderti conto di come sei e cosa provi prima. Per questo non avevo parole: non consideravo cosa significasse il prima. Rispondere alla domanda di Giuseppe significava allora mettere in chiaro la persona e le sensazioni che provo adesso, prima di partire. Da quel momento affermo con certezza che io l’Africa, prima di partire, la vedo occhi chiusi. La osservo e, nel farlo, la vivo, nelle foto di chi ci è stato, nelle parole di chi è tornato, nelle stoffe colorate del mercatino missionario, nei piatti particolari della serata etnica. Ad occhi chiusi tocco i tessuti robusti e seguo la musica. Ad occhi chiusi ascolto il ritmo e partecipo alle danze. Ad occhi chiusi respiro e sento l’aria africana. Ad occhi chiusi vivo una mia idea di Africa, modellata sulle testimonianze dei volontari e dei missionari, sul loro servizio, sul loro aver cura, sul loro lavoro. Ma peccherei di superficialità se vedessi nell’Africa solo la bellezza di una cultura diversa e interessante, perché c’è di più, molto di più, e l’unica richiesta che ci viene presentata è di non essere superficiali. Se qualcuno si limita a vedere l’Africa solo in bianco e nero, noi dobbiamo immaginare i colori dietro quel bianco e nero, dobbiamo scoprire il contesto, arrivare in profondità. C’è una foto, scattata durante un viaggio di missione in Etiopia, che ritrae un ragazzo mentre abbraccia una donna; non c’è luce al di fuori di quella che illumina i soggetti, due persone che si abbracciano, nessun colore. Chiaro, mi ha catturato fin dal primo sguardo. Quando poi mi è stato spiegato il contesto di quella foto, la storia di quel ragazzo tornato a casa dopo aver vissuto tanto tempo in strada, il lavoro ed il senso del villaggio dei ragazzi sorridenti, la volontà di riscattarsi e di cambiare, la possibilità per i ragazzi di tornare a casa e riavvicinarsi alle loro famiglie, dopo aver saputo tutto questo, quella foto non solo mi cattura, ma mi emoziona. A questo punto la foto acquista i colori del contesto, della situazione e delle emozioni che nasconde. Questo è quello che intendo quando dico che dobbiamo andare in profondità, anche se teniamo gli occhi chiusi, anche se non possiamo partire per una missione, anche se restiamo in Italia. Padre Marcello, nel documentario Zebegna, lo spiega bene: è importante il lavoro che si fa in Italia, perché rende possibile quello nelle terre di missione. Quindi si, per ora vedo e vivo l’Africa ad occhi chiusi, consapevole del fatto che c’è del lavoro da fare e che voglio farlo, in qualsiasi modalità mi venga richiesto, nel frattempo aspetto che si presenti il momento di partire e di vedere l’Africa finalmente con gli occhi aperti.

. Alessia Conti, amica speciale e volontaria delle Missioni Estere Cappuccini Onlus.