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Il sorriso ritrovato di Merihun

Cosa rende felice un bambino? Cosa lo rende felice quando motivi per non esserlo, in Africa, ce ne sarebbero tanti? Forse è una delle domande che l’occidente si chiede da sempre ma alla quale non è semplice dare una risposta.
C’è un valore che anche la povertà più estrema non riuscirà mai a placare. La pienezza della vita, quel desiderio profondo di sentirsi “Vivo” in una realtà dove la lotta quotidiana è invece sopravvivere.
In questi anni di esperienza missionaria una cosa sicuramente possiamo dirla. Siamo certi che nei bambini, nella purezza e nell’incoscienza dei loro occhi risiede una gioia autentica, racchiusa nel contatto umano, nei giochi e nelle corse irrefrenabili con i compagni del villaggio, in quella luce che si riflette nei sorrisi che la nostra indifferenza non riuscirà a spegnere.
Cosa invece può togliere questa linfa, pura ed autentica, dal volto di un bambino?
L’esperienza diretta, per forza di cose, ti costringe ad ascoltare storie che nel 2020 non vorresti più neanche immaginare, e quella di Merihun racchiude una rinascita che vogliamo ed abbiamo il dovere di raccontare al mondo.
Il 17 febbraio di questo anno eravamo nel villaggio di Dimptu per il progetto di sostegno a distanza. Eravamo in tanti, chi lavorava, chi consegnava i regali e chi ovviamente giocava con i bambini arrivati da villaggi molto lontani. In quella condivisione non c’era alcuna distanza, né geografica né tanto meno fisica, c’era soltanto una necessità di trascorrere del tempo insieme e farlo con tutto l’amore possibile.
Tra gli oltre duecento bambini c’era proprio Merihun, orfano di entrambi i genitori (Borko e Wogate), accompagnato da Yohannes, il catechista della parrocchia che insieme alla nonna se ne prende cura. A differenza dei sui amici, Merihun aveva uno sguardo spento, non giocava e non interagiva con nessuno, era chiaro che qualcosa non andava, e proprio quando è stato preso per mano ed invitato a giocare insieme agli altri ci siamo accorti che aveva entrambe le gambe paralizzate e non riusciva a reggersi in piedi da solo.
Non è stato semplice far capire a chi fosse li per la prima volta, soprattutto ai più giovani, che situazioni del genere sono purtroppo all’ordine del giorno, e ancor più difficile è dover accettare il fatto che siamo a conoscenza soltanto di una piccolissima percentuale di ciò che succede in quelle zone che si estendono per chilometri e chilometri.
A fine giornata Merihun è tornato a casa con noi, nel centro che accoglie bambini di strada (Smiling Children Town) nel quale veniamo sempre ospitati, e l’indomani è stato portato all’ospedale. La diagnosi è stata chiara: grave infiammazione ed ingrossamento della milza, malfunzionamento degli organi interni che hanno bloccato entrambi gli arti inferiori. La causa principale, come spesso capita, è stata la malnutrizione e l’acqua sporca che nei villaggi si è costretti a bere. Merihun è rimasto con noi fino al 17 marzo, il giorno in cui siamo dovuti ripartire perché il centro doveva chiudere a causa dei primi casi di Coronavirus arrivati in Etiopia. Dopo un mese esatto, seguito costantemente, curato ed accudito, amato e spronato a migliorare giorno dopo giorno, era arrivato il momento di salutarsi perché finalmente anche lui poteva tornare a casa da sua nonna.
Un bambino di un villaggio a sud dell’Etiopia, triste, malnutrito e paralizzato, quel giorno è corso verso di noi sorridendo. Un abbraccio pieno di amore e riconoscenza, ed allora non ci resta che credere che siamo mandati ad amare il prossimo, ovunque e chiunque esso sia, perché non siamo in questo mondo per un “qualcosa” che non conosciamo ma viviamo per “qualcuno”, e quel qualcuno è un nostro fratello.

Anche noi siamo oggi costretti a vivere un’emergenza che ha sconvolto e sta mettendo a dura prova le nostre vite, ed è in questa unione che la fratellanza e la solidarietà deve farsi prepotentemente spazio in questo mondo, perché soltanto insieme, come fratelli, anche noi correremo presto come Merihun, sorridendo alla vita.

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