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IL DIARIO DELLO STUDENTE

LA RESPONSABILITÀ DI RACCONTARE

Lo scopo di questo progetto è quello di raccontare, attraverso immagini, video e interviste ciò che succede in quella terra così povera ma allo stesso tempo così magica. Ci si ritrova davanti a situazioni di miseria, dove si riesce solo a pensare a quanto possa fare ribrezzo il genere umano, a quanto tanta povertà non dovrebbe neanche esistere e si sperimenta sulla propria pelle una sensazione di impotenza paralizzante, un brivido che attraversa il corpo e non accetta opposizione. Ritrovarsi di fronte a scene crude da far quasi paura, e non poter fare niente, ci si sente piccoli e si capisce che l’unico aiuto che si può dare a questa gente è raccontare la loro storia. Bisogna raccontare quello che vivono ogni giorno, bisogna far arrivare questa testimonianza a più persone possibili, perché questo popolo ha bisogno di essere raccontato, perché solo facendo conoscere una storia si troverà qualcuno che contribuisca a cambiarla. Mi sono ritrovata addosso una responsabilità enorme: raccontare una storia, quella di una vita, attraverso un volto.

Ma come si può raccontare una vita con una foto? Ho sentito il dovere di impegnarmi al massimo nel raccontare una realtà surreale - che è totalmente diversa da ciò che immaginiamo - e di farlo nella maniera più meticolosa possibile, per far trasparire da un’immagine non solo un’emozione ma tutto il vissuto di una persona. Mi sono quindi posta l’ambizioso obbiettivo di riportare la loro storia nel mondo in cui viviamo, per poterli aiutare, per far sì che il loro mondo - così vicino al nostro - possa diventare un posto dove la miseria e il dolore siano solo tristi e lontani ricordi. Le cose che mi hanno colpito di più durante queste settimane sono state tantissime e mi hanno portata a fare importanti riflessioni sulla vita che viviamo ogni giorno. Ho impressi nella testa tutti i sorrisi dei bambini, che vivono una realtà così ingiusta per loro, e che nonostante questo - forse per inconsapevolezza, o magari abitudine - sono sereni. Piccoli angeli capaci di trasmettere una dolcezza e un amore sincero con un abbraccio o un semplice sguardo che ti penetra nel cuore. Perché queste anime innocenti sono costrette a vivere in un mondo che con loro è stato così crudele?

Sono rimasta colpita dalla profonda religiosità di questo paese, che si affida completamente a Dio e alla provvidenza, cosa che da noi - purtroppo - non si fa più. Sono impresse in me tutte le preghiere di ringraziamento sentite in quei giorni e mi ha sconvolto particolarmente pensare alla loro religiosità messa a confronto alla nostra, che abitiamo in un paese dove abbiamo tutto e troviamo il coraggio di lamentarci, mentre loro pur non avendo niente ringraziano il Signore di essere vivi. Fin dal mio arrivo nel continente africano ho sentito di paragonare questa terra a Cesare Pavese, una terra ricca di paradossi e ossimori - proprio come le poesie dello straordinario poeta - dove tutto ha un valore diverso, dove si pensa prima a dare da mangiare agli animali, che sono una forza lavoro per le famiglie e solo successivamente ai figli. Il paradosso che ho percepito di più è stato sicuramente quello della discrepanza tra la capitale - Addis Ababa - e i piccoli villaggi di periferia. La capitale - per lo meno in apparenza - può essere paragonata a una delle nostre città, con palazzi, grattacieli e cartelloni pubblicitari, ma uscendo fuori, spostandosi dal centro e percorrendo le strade più polverose ci si ritrova catapultati in una realtà che è da brivido. Intere famiglie, animali compresi, che vivono nei Tukul: strutture di forma circolare fatte di legno, fango e paglia, che dovrebbero essere la loro accogliente casa. Un unico ambiente dove cucinano, mangiano, dormono e custodiscono gli animali. Pazzesco pensare che per loro sia normale questa situazione che a noi quasi stomaca.

Sento di poter riassumere tutto ciò che ho visto con una riflessione che definirei pavesiana: “una miseria da fare paura e ribrezzo all’umanità e allo stesso tempo una bellezza sovrannaturale”.

Katerina Clarizio, studentessa dell'Istituto Bonifazi di Civitanova Marche