“La mancanza di salute e la disabilità non sono mai una buona ragione per escludere o, peggio, per eliminare una persona; e la più grave privazione che le persone anziane subiscono non è l’indebolimento dell’organismo e la disabilità che ne può conseguire, ma l’abbandono, l’esclusione, la privazione di amore.”
Papa Francesco.
Una missione, che sia nei luoghi a noi più familiari o nei posti più remoti e dimenticati del mondo, non può assolutamente prescindere dalla centralità dell’uomo. I diritti di ogni essere umano, il suo benessere e la sua dignità vanno difesi senza discriminazioni né tanto meno preferenze. Avvicinarsi quindi ad una terra di missione come l’Africa, così ricca di usanze, culture, storie che si tramandano di generazione in generazione, e farlo con gli occhi di chi come noi, dall'altra parte del mondo è proiettato verso un continuo “progresso”, potrebbe rendere ancor più difficile comprendere il perché di certe dinamiche.
“La cosa importante – scrisse John Lubbock - non è tanto che ad ogni bambino debba essere insegnato, quanto che ad ogni bambino debba essere dato il desiderio di imparare”.
Combattere la fame, portare acqua potabile nei villaggi e sconfiggere tutte quelle malattie che ancora oggi portano alla morte di milioni di persone, specialmente bambini, diventa inevitabilmente un valore morale che dovrebbe albergare in ognuno di noi, e di fronte a tutto ciò non possiamo che operare quotidianamente. Per la libertà dell’individuo tutto ciò però non basta.
Liberare un uomo dalle catene dell’ignoranza è forse il primo passo verso una rinascita definitiva. Un bambino, prima ancora che istruito, deve essere educato e proiettato ad una vita che, per quanto difficile sia, vale pur sempre la pena di esser vissuta.
Ricercare il bene, come fine ultimo della nostra esistenza, non può che generare un circolo di solidarietà che saprà espandersi a macchia d’olio fino agli angoli più remoti del mondo.
In alcuni stati come l’Etiopia aiuterebbe senza meno ad abbattere tutte quelle tradizioni tribali, frutto di storie antiche che si sono radicate nel viver quotidiano e secondo le quali un disabile, per esempio, debba essere emarginato o addirittura maltrattato. Se da una parte è vero che il progresso aiuti un popolo a civilizzarsi, è altrettanto vero che, se non accessibile a tutti, rischia di diventare la causa principale di disparità e diseguaglianze.
La cooperativa di non vedenti della città di Soddo, in Etiopia, è nata proprio per colmare questa inaccettabile discriminazione.
Nella regione del Wolayta, a quasi 400 km a sud dalla capitale, Addis Abeba, è nata infatti una fabbrica di mattoni gestita da circa 35 lavoratori, quasi tutti non vedenti o ipovedenti. Lo scopo è quello di reintegrare nel tessuto sociale ed economico del paese intere famiglie che fino a qualche anno fa erano costrette ad elemosinare per sopravvivere e dar loro una prospettiva di vita decisamente diversa e più dignitosa.
La produzione dei mattoni, che vengono poi venduti per l’edilizia locale, rappresenta infatti una forma ad oggi indispensabile di auto-sostentamento.
Le donne si occupano di battere l’argilla con dei bastoni per creare una sabbia finissima. Quest’ultima viene lavorata ed amalgamata insieme all'acqua dagli uomini che successivamente la trasportano all'addetto che crea la forma finale. I mattoni vengono prima fatti asciugare all'aria per poi essere cotti all'interno di un forno costruito appositamente secondo le loro esigenze.
Ovviamente la quantità di materiale prodotto non può essere concorrenziale con quella delle grandi ditte produttrici di mattoni e blocchetti, ecco che accanto alla fabbrica sono stati costruiti e donati loro dei mini appartamenti.
Vista la vicinanza con l’università e l’ospedale di Soddo, le stanze vengono affittate sia agli studenti che ai parenti dei pazienti dell’ospedale. Questo è un modo per fronteggiare quei periodi nei quali la produzione non è sufficiente per sostenere tutti gli stipendi degli operai. A tal proposito si è deciso di contribuire, non solo attraverso un sostegno annuale, ma anche tramite la costruzione di un altro appartamento che possa dar loro un’ulteriore sicurezza futura ed una stabilità fondamentale per le loro famiglie.
Crediamo fortemente che un progetto che miri alla salvaguardia dei diritti umani ed al benessere dell’uomo, che come già detto rappresenta il centro della nostra missione, non debba in futuro dipendere dalla nostra presenza. Aiutare i nostri fratelli ad essere autonomi è quindi il risultato finale di un percorso che parte dal curare le ferite più grandi che il nostro egoismo ha portato negli anni, e che termina con la distruzione di ogni barriera radicata nelle nostre menti ma che non dovrebbe avere più spazio nelle nostre coscienze.
In conclusione, usando un semplice parallelismo: se vuoi che un pescatore non torni a casa a mani vuote, prima devi metterlo davanti ad un lago pieno di pesci, poi gli dovrai consegnare una canna da pesca, ma se non gli insegnerai come usarla difficilmente tornerà a casa con qualcosa da mangiare.
L’obbiettivo di un’associazione umanitaria, di un volontario, di un fotografo o di qualsiasi altra persona partita per un viaggio missionario non può che risiedere nella volontà di sensibilizzare, attraverso la sua esperienza, l’opinione pubblica. Aiutare l’intera comunità a comprendere cosa succede in determinati paesi del mondo diventa il mezzo attraverso il quale possano essere formate le coscienze dei singoli.

Questa è quindi la nostra speranza: riuscire, attraverso racconti di storie vere ed inopinabili, ad avvicinare la gente aiutandola inoltre a capire quanto una donazione possa davvero salvare migliaia di vite.
I missionari si fanno testimoni affinché il resto del mondo possa aprire finalmente gli occhi.
